Il bambino color gianduia

 

Non dovevo essere lì per un’infinità di motivi: perchè era tardi, perchè Mattew aveva la tosse e c’era  freddo, perchè in macchina eravamo in sette, perchè avevamo deciso di parcheggiare da un’altra parte, perchè prima aveva diluviato e non volevo uscire. E invece c’ero.

Vicino al mare sembra che il vento soffi più forte e sia più freddo, specialmente all’imbrunire di un pomeriggio di primo autunno.  E sono arrivati all’improvviso, come spinti dal vento. Parlano in inglese, ho pensato fossero turisti: un bel ragazzo africano, alto e un bambinetto vivace color gianduia  e i ricci stranamente chiari, sicuramente padre e figlio. Li precede un ragazzo di pelle chiara. Hanno un cartone della pizza e una bottiglietta di coca che appoggiano sulla panchina alle nostre spalle. Il ragazzo di pelle chiara, sorpreso, riconosce Sofian che parla con me, Salam aleikum saluta in arabo, si scusa e lo chiama da parte. Rimango a guardare il mare e il bambinetto color gianduia che corre nel vento. Tornano poco dopo, Sofian mi presenta Shadi, è giordano, ma si rivolge a me in italiano corretto. Abbiamo un problema grave, dice, e non so perchè penso vogliano scherzare. Ma non è così. Ho incontrato il ragazzo e il  bambino nella moschea, hanno dormito lì, sono qui da due giorni, lui non ha documenti, la moglie, slovacca, è morta di cancro, vengono dall’est e lui vuole andare in Arabia Saudita dove è cresciuto, anche se è di origini mauritane, cercano un posto per dormire per uno o due giorni, ma nessuno li vuole ospitare, aspetta domani per farsi mandare i soldi con Western Union, deve fare il biglietto per Tunisi e poi trovare un altro mezzo per l’Arabia…..un racconto concitato, confuso che faccio fatica a mettere insieme per capire. L’unica cosa che capisco immediatamente è che il piccolo non può dormire per strada con il diluvio preannuniato dai lampi che fendono il cielo sul mare. Dico allora di aspettarmi lì, in macchina saremmo in dieci….Richiamo Mattew, Michele, le mie figlie, Sofian e Valeria e mi dirigo di corsa alla Locanda del samaritano. Suono, mi aprono, spiego velocemente, non accolgono minori. Per risparmiare tempo nel tragitto verso il Centro faccio alcune chiamate; Emanuele mi risponde e dice che richiamerà. Intanto arrivo al Centro, consulto la carta dei servizi, niente il posto più vicino è a Santa Cristina, la concitazione aumenta. Emanuele richiama e gli anticipo le informazioni che sta per darmi, mi dispiace non possiamo fare nulla, mi dice. Per favore, chiedi ad Alfonso, il presidente, magari…. No , mi direbbe di no chiedi tu, a te non dirà di no. Mi stupisco: sono nessuno, perchè dovrebbe….Ma non posso perdere tempo, provo, chiamo, racconto velocemente. Non esita un istante e mi indica le stanze disponibili. Capiso cosa vuol dire essere felici. Mando i ragazzi al Foro Italico a prenderli…..chiamano poco dopo: non ci sono più e chiedono a tutti se qualcuno ha visto un ragazzo scuro e un bambino. Il cuore mi fa un tonfo. Con un’intuizione dei ragazzi troviamo il cellulare di Shadi, lo chiamano…..arrivano subito dopo. Entrano. Il bambino trova una chitarrina con le corde saltate e ride, gioca. What’s your name? Ride e non risponde. Samuel, risponde il padre e lui è Edward. Thank you, dice. Andiamo a cercare indumenti per il bambino: fa freddo ed ha ai piedi un paio di crocs. Il padre non vuole nulla per sè. Pantaloni, maglietta, felpa, un paio di scarpe….I am a boy! Theese shoes are for girl! Ridiamo tutti, domani andremo a comprare delle scarpe. Asciugamani, lenzuola, pigiami, l’occorrente per fare una doccia e per la notte, anche un orsetto. Li accompagnamo in camera, Samuel si tuffa sul letto con il nuovo amico, good night, thank you.

Torno il giorno dopo, ho portato merende per il bimbo e voglio andare a comprare le scarpe.  Non li trovo , sono andati a farsi inviare i soldi, mi dice Shadi. Tornerò nel pomeriggio.  19.35: vedo una chiamata di Shadi delle 17.00, chiamo subito: sono partiti. Mi prende una grande tristezza, mi faccio dare il numero, chiamo, I’ m fine,ci salutiamo.

Thank you, Agata, I will never forget. God bless you. Edward. L’ho letto questa mattina, sulla lavagna della mensa. 

 

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